Come ogni mattina Franco arrivava puntuale sul posto di lavoro e il camino sempre acceso dell’altoforno lo salutava con il suo sbuffo di vapore. Dall’età di diciannove anni lavorava in una delle più grosse aziende siderurgiche italiane di produzione e trasformazione dell’acciaio a ciclo continuo, simbolo del decollo industriale di un territorio agricolo povero e dimenticato.

Franco osservava la fitta coltre di polveri sottili che per chilometri copriva ogni cosa di un color ruggine intenso, quello era il prezzo da pagare, un inquinamento che si ripercuoteva immancabilmente su piante, animali e persone. 

Ogni tanto rammentava le parole di suo padre, mentre con le mani ruvide e indurite dal lavoro, intrecciava abilmente una cesta di canna e ulivo “Questo è un posto di lavoro sicuro, la paga assicurata ogni mese, niente zappa, e la domenica con giacca e cravatta devi girare!”  E così era stato! Si era “fatto la casa” regalando ai suoi genitori la gioia di lasciare questo mondo sotto un tetto di proprietà. Non si era mai sposato. Il ricordo del suo grande amore di gioventù era ormai sfuocato, e negli anni gli erano rimasti vicini solo gli amici del bar la domenica.

Franco era carrellista nel settore gestione rottami ferrosi, ma quella mattina si trovava nel reparto altoforno con la lista di approvvigionamento. 

Non ricordava nulla, neanche il rumore dell’esplosione che, gli avevano detto, aveva causato la fuoriuscita di acciaio fuso. Fumi e vapori, intossicandolo, gli avevano fatto perdere i sensi.  C’era stato un morto. Lo aveva informato un suo compagno, il mattino seguente in ospedale, con le lacrime agli occhi. 

La permanenza in ospedale si era protratta più del previsto. Gli accertamenti avevano dato un esito funesto. Mesotelioma della pleura. Un terrore immenso si era impadronito di colpo dei suoi pensieri. “Che ne sarà di me, sono solo… e adesso malato… perché proprio a me?” Sentiva il peso della paura trasformarsi in una enorme voragine di solitudine. Il suo percorso di vita, senza troppe pretese e ormai prossimo alla pensione, di colpo gli era apparso inutile e senza senso.

Guardava fuori dal finestrino, al rientro a casa dall’ospedale, le polveri sottili color ruggine avevano afferrato i suoi polmoni come tenaglie divoratrici e il camino della grande fornace ora gli appariva solo un enorme nemico. 

I giorni passavano lentamente tra casa, ospedale e terapie. Una grande debolezza si era impadronita del suo corpo. Per tenere la mente impegnata aveva cominciato ad intrecciare ceste di giunchi di canne, come aveva imparato da suo padre.

Una mattina, non sapendo cosa fare di tutte quelle ceste, decise di portarle alla “Dimora della reciprocità” una comunità di persone desiderose di sperimentare condivisione e amore nel proprio percorso di vita.

Il loro motto: solo attraverso l’unione e l’amore è possibile sconfiggere ostacoli e creare una vita sicura e felice per tutti.

Aveva deciso! 
Avrebbe regalato le sue ceste ai componenti di quella associazione.
Fu accolto con grande calore da tutti. Ogni membro nella struttura aveva un compito ben preciso. Si aiutavano a vicenda come api operaie in un alveare. Ognuno si prestava a compiti e incarichi che poteva svolgere in base alle proprie possibilità. Tutto funzionava in un’atmosfera di gioia e sorrisi. 
“Se dovessi immaginare un paradiso in terra, sarebbe qui, in questo posto!” pensava Franco. Tornò ogni giorno a portare le ceste. La sua gioia aumentava di giorno in giorno, incalzandolo a terminare una cesta per assaporare quei sorrisi che lo accoglievano, quando con un bel caffè fumante, quando con dolcetti appena sfornati o complimenti. Sentiva il suo corpo riacquistare le forze e nel giro di poche settimane cominciò a ricevere una gran quantità di richieste perché nell’associazione avevano messo in vendita su internet le sue creazioni fatte a mano, e le domande ormai arrivavano da tutto il mondo.

Tre mesi dopo, al controllo ospedaliero, il medico rimase incredulo e allibito nel verificare i referti e le ultime analisi che confermavano una evidente regressione del male e chiese a Franco se avesse adottato qualche terapia alternativa in particolare. Franco rammentando la gioia che provava ogni volta che arrivava nella sede dell’associazione rispose: “Sì, ho trovato un vero scopo nella mia esistenza, ho trovato una famiglia che trabocca amore, la “Dimora della reciprocità”.

Sandra Melle

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