Camilla rammentava le giornate trascorse a correre sulla battigia, il caldo sole pizzicare la sua pelle salata e il vento salmastro scompigliare i suoi riccioli. Non c’erano limiti alla sua libertà di godere della gioia in quel mese di vacanze spensierate. A dieci anni compiuti aveva toccato il cielo, percepiva se stessa come un’estensione connaturata di quegli elementi: mare, sole, vento.

Il tonfo sordo del telefonino scivolatole dalle mani la riportò alla dolorosa realtà. Il cellulare, incollato al pavimento, silenzioso la guardava. Anche il semplice gesto di raccogliere qualcosa da terra diveniva insormontabile ostacolo da superare, legata com’era a quella sedia a rotelle.

Non avrebbe più camminato, o forse sì, chi poteva dirlo. Un tremendo incidente, ma era sopravvissuta, o perlomeno il suo corpo era vivo. I lunghi mesi di degenza e due operazioni le avevano strappato dalla pelle anche l’ombra di quella dorata abbronzatura e l’inverno trascorso l’aveva resa fragile e minuta. Il suo corpo era l’esatta rappresentazione del tedioso gelo che avvolgeva la sua mente. Le giornate trascorrevano come lunghe anonime sequenze di rituali per la sopravvivenza, indissolubilmente legate a chi la assisteva perennemente: sua madre. 

Nessun desiderio accendeva il suo giovane cuore addormentato.

La distrazione nel far cadere il cellulare per poi attivare la madre, che pronta correva a raccoglierlo, le dava un senso minimo di esistenza.  

Il sole mattutino di giugno oltrepassava le immense vetrate che separavano Camilla da un tripudio cinguettante di suoni e caldi colori che annunciavano una nuova stagione estiva. A quasi nove mesi dall’incidente, per Camilla il mondo esterno era un pianeta lontano e irraggiungibile. 

Noiosamente accese il suo PC, un post sbucato da chissà dove raffigurava un grande aquilone colorato, sotto l’immagine una scritta:

 “se vogliamo un mondo diverso dobbiamo prima essere diversi”.     

Alzando gli occhi vide qualcosa svolazzare oltre le grandi finestre che toccando il pavimento sostituivano interamente la parete del primo piano. Avvicinandosi con la carrozzina notò con stupore che un aquilone ondeggiava all’altezza delle vetrate.  Abbassando lo sguardo in giù vide un bambino, sembrava avere la sua stessa età, intento ad armeggiare con la spola e il lungo filo che tratteneva l’aquilone. Anche il bambino la vide, oltre il vetro su quella sedia. Camilla sentì l’immediato disagio trasformarsi in rabbia. Chiese alla madre di chiudere le tende perché il sole la infastidiva. 

Passò le successive ore a rimuginare tra sé e sé. Come poteva cambiare il suo mondo? Non c’era modo di uscire da quella situazione, perché proprio a lei, cosa aveva fatto di male per ricevere una punizione così?

Rivide con la mente il gioioso bambino assaporare il volteggiare del suo aquilone. Calibrò le proprie sensazioni con quelle del bambino, sovrapponendole e godendone anche lei, non c’erano limiti alla possibilità di sentirsi felice spostando la sua prospettiva. Si accorse che la gioia dello sconosciuto bambino poteva essere sua, come percepirsi un’estensione connaturata di un altro essere vivente.

Sentì la voce della madre annunciare che c’era qualcuno che voleva incontrarla. La stanza si riempì di colori. Un enorme aquilone catturò lo spazio davanti a lei, ipnotizzando le sue pupille. Gli occhietti del bambino sconosciuto fecero capolino dal lato di quel variopinto oggetto volante, una vocina ignota trillò: “Ho pensato che ti avrebbe fatto piacere vedere un aquilone da vicino!”. 

Sandra Melle

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