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Gabbie

Gabbie

Aveva annusato l’affare e aveva acquistato un giardino zoologico in grosse difficoltà economiche. Non amava gli animali. Anni prima si era ritrovato a gestire importazioni di specie esotiche protette. La faccenda aveva fruttato un bel po’ di soldi, gli animali erano un bene prezioso come un altro. Si potevano guadagnare cifre enormi. La gestione dello zoo si era rivelata proficua. Percorsi a tema e parco divertimenti ai limiti del consentito. Sfiorare la gabbia della tigre: il ticket maggiormente remunerativo.

Due mesi di chiusura forzata per lo zoo, causa covid-19.
Entrate zero.
Il fato gli aveva giocato uno scherzetto con i fiocchi, in più febbre e difficoltà a respirare, obbligo di quarantena chiuso in casa. I sintomi erano quelli, ma gli ospedali erano pieni e il suo medico a telefono lo teneva sotto controllo.

Il custode dello zoo continuava a martellarlo di chiamate:
“Siamo rimasti in tre a gestire le gabbie”. 
“Stiamo lavorando anche di notte per assicurare un minimo di pulizia”.
“Le razioni non bastano, ho dimezzato le quantità di cibo come disposto da lei, ma gli animali hanno fame”.
Inevitabilmente i fornitori avevano richiesto bonifici anticipati per la fornitura di carni e altri alimenti per animali. In mancanza di entrate il suo conto era quasi prosciugato.

 “Tutte a me! Maledetto il giorno che ho deciso di acquistare quello zoo, maledetto virus!” colpendo con i pugni il muro e sentendosi in trappola, continuava a imprecare ad alta voce come un pazzo. “Sono rovinato!” Si sentiva uno straccio ma la rabbia lo accecava. Dopo una settimana di tregua la febbre era tornata violentemente. Il bip del cellulare lo risvegliò dalla sonnolenza comatosa in cui era caduto. Il custode a mezzo whatsapp continuava a inviargli messaggi.
Si decise a guardare, erano le foto degli animali.
Dietro le sbarre metalliche di una gabbia, rese ocra dal sole al tramonto, lo sguardo di una tigre scarnita, gli occhi sbarrati e persi in chissà quale ricordo siberiano, lo fissava indolente.
Provò uno strano disagio, ma continuò a guardare.
Un orso bruno, spelacchiato e accasciato mollemente alla parete del fossato, appariva in una posa surreale, quale pasto pronto per un avvoltoio.
Il suo disagio si trasformò in malessere, la sua mente implorava fuga, chiuse whatsapp. Cercava un varco dalla sua gabbia di muri e intonaco bianco. Si appoggiò allo specchio: l’immagine di un uomo scarno, indebolito, rinchiuso e perso sembrava accusarlo. Un pensiero venuto da chissà dove si impadronì della sua mente: 

“Tutto in natura si trova in perfetto equilibrio. Solo l’egoismo dell’uomo riesce a distruggere quell’equilibrio.” 

Sentì la rabbia dei giorni precedenti lasciare spazio a una indecifrabile compassione. Era un sentimento nuovo per lui. In quel momento squillò il cellulare, il custode trafelato riferì: “Sono appena arrivati dei ragazzi, credo un’associazione animalista locale, tutti volontari, con furgoni carichi di cibo, torneranno anche nei prossimi giorni, è un vero miracolo!”
La tensione dei giorni passati si sciolse in un silenzioso pianto liberatorio. Sì, era un miracolo. Avrebbe voluto ringraziare, ma non sapeva chi.

Sandra Melle

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Image Sonder Quest by Unsplash

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