Arrivare per primo in vetta era il suo obiettivo più grande. Soprattutto lo entusiasmavano i percorsi definiti “Eccezionalmente Difficili”, dove sono presenti solo appoggi e appigli minimi e distanziati.
Sempre molto disponibile con gli amici, non accettava nessun tipo di aiuto da loro.
Era in grado di far conto sulle sue forti mani, braccia e gambe. Si allenava tantissimo per sviluppare forza nelle dita, doti di equilibrio e tecniche di aderenza. Aveva approfittato del periodo di isolamento in casa, a causa della pandemia, per studiare e approfondire percorsi e tecniche nuove.

Prima che il decreto sulla pandemia desse la possibilità di uscire di casa, Giulio aveva già pianificato tutto: giorno, percorso, tecnica, attrezzatura e amici: Mario e Francesco.
Il tempo non era favorevole quel giorno, ma affrontare la montagna in situazioni impossibili era la sua sfida.
Solo dopo parecchie insistenze Mario e Francesco riuscirono a convincerlo a stare in cordata con loro. Un vento primaverile allietava la salita e il sole riscaldava i loro corpi.

Giulio non era contento, quella corda che lo legava per sicurezza agli amici era come un affronto, un tarlo nel suo cervello.

Dopo due ore il tempo cambiò, grossi nuvoloni coprirono il sole e un forte vento cominciò a battere sulla montagna e sui loro corpi. Alcuni sassi cominciarono a staccarsi dalla roccia. Sempre più convinto a proseguire l’arrampicata Giulio continuò a salire nonostante le proteste degli amici legati a lui. La roccia si sgretolava, ma lui continuava.

Il piede scivolò su un sasso velato da uno strato di ghiaccio, le mani si aggrapparono ad uno spuntone che poco dopo cedette.
Giulio, legato agli amici, penzolò nel vuoto. Il vento continuava a tormentare i loro corpi.
Sarebbero precipitati tutti dietro a lui. Gli amici lo trattennero per un po’ con le corde poi videro il suo corpo precipitare nel vuoto.  

Rividero Giulio in ospedale, un busto sorreggeva il torace e un’ingessatura bloccava una gamba e un braccio.  La corda trattenuta dagli amici aveva rallentato la caduta, il suo corpo forte aveva sopportato l’impatto attutito da un cespuglio di ginepro alpino. Arrabbiatissimo Giulio inveì contro di loro che l’avevano costretto a legarsi. “Senza di voi sarei arrivato in vetta” urlò.
Gli amici stettero a lungo con lui, in silenzio ascoltarono le sue lamentele, capirono che il suo orgoglio era stato ferito molto più del suo corpo.
La degenza fu lunga e dolorosa.
La primavera successiva tornò in vetta sulla stessa montagna, da un sentiero già tracciato e molto più facile.

I due amici erano con lui per aiutarlo dove le sue gambe non potevano ancora reggere e dove il suo spirito umiliato si arrendeva.

In vetta osservò il pendio della montagna, la roccia da dove era precipitato. Un brivido attraversò il suo corpo. Abbracciando gli amici grossi rivoli di lacrime solcarono il suo volto. “Grazie amici” disse loro commosso “mi avete salvato la vita”.

Rosaria Bosio

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