“Basta!”. Sono le ultime parole di Philipe. Ormai ha 18 anni e sogna di avere molti soldi, donne e una casa sul mare tutta per lui. Quella famiglia non la sopporta più. Un padre sempre al lavoro e nevrotico. La madre in silenzio che cerca di accomodare le cose, ma con altri due fratellini gemelli non c’è mai tempo per nulla. La  sua solitudine parte da dentro. Da quando ha ricordi si è sempre sentito un pacco postale a cui essere affidato. Nessuna figura paterna e nemmeno materna a cui fare appiglio nei momenti di bisogno. 

“La vita con il suo impeto e la sua forza vuole che si vada avanti” canta quel cantante dal mangianastri. Canta anche una vita spericolata che non torna mai più indietro. 

Philipe si chiede se davvero può esistere una vita diversa, in un posto diverso e magari essere felici. Sopra questi desideri si è posata una coltre enorme di rabbia e indifferenza che genera rancore e odio verso tutti. Non riesce mai a esprimersi nella maniera giusta e inconsciamente pretende di essere capito al volo.

Raccoglie quei pochi vestiti e parte con la sua moto, comprata con i sacrifici di quelle serate lavorative al ristorante invece di divertirsi con i suoi amici, destinazione infinito.

Dopo qualche centinaia di chilometri decide di uscire dall’autostrada. Si imbatte in un piccolo paese che sembra molto carino, prende una stanza in un albergo per capire se quello può essere un posto dove “mettere radici”. 

Nella hall gli si avvicina un poliziotto che con modo rude gli dice: “benvenuto a Justice, ricordati di seguire le regole in questo paese, altrimenti sono dolori”. In effetti ad ogni angolo c’è un elenco di regole e di leggi alle quali tutti devono attenersi per una vita migliore e per una comunità felice. Le facce delle persone non sembrano proprio felici, anzi si percepisce una sottile insofferenza, come una pentola a pressione che sta per scoppiare. 

La verità di lì a poco si palesa: un ragazzo più o meno della sua età sta passeggiando con il suo cane, una macchina della polizia arriva e lo arresta. “Lei è accusato di non aver raccolto le feci del suo cane, la legge prevede 2 mesi di arresto e la soppressione dell’animale”.

Philipe sconvolto corre in albergo e decide di andare via, ma la ragazza della hall gentilmente gli ricorda che probabilmente non ha letto il cartello quando è entrato nel paese. C’è una legge che chi entra a Justice deve rimanerci almeno un mese per aiutare la comunità a crescere. Quando ha firmato il documento della presa della stanza c’era scritto in basso, in piccolo.

In preda alla rabbia Philipe va via in sella alla sua moto. Prima di uscire dal paese una volante lo ferma con una manovra pericolosissima. Lo stesso poliziotto, che gli aveva ricordato di essere ligio alle leggi del paese nell’albergo al suo arrivo e che aveva arrestato e fatto sopprimere il cane di quel ragazzo, scende dall’auto e lo arresta con l’accusa di violazione delle regole comunitarie degli ospiti non residenti. Pena: tre mesi di carcere e duemila euro di multa. Philipe è furioso, cerca di dimenarsi e liberarsi per poter scappare ma il poliziotto è un uomo alto e grosso. 

Dall’auto scorre un panorama bellissimo, la natura ha dipinto un quadro  perfetto in ogni angolo. Mai un colore di un fiore è in disaccordo con il colore degli alberi e della terra, pensa Philipe, solo l’uomo con le sue assurdità riesce a odiare e farsi odiare così bene. 

Di lì a poco il panorama si fa più triste e buio, l’edificio della prigione è davanti ai suoi occhi. Viene subito buttato in cella insieme ad un ragazzo in lacrime. “Mi hanno ucciso il mio Bob, è colpa mia” ripete come un disco rotto. Philipe lo riconosce subito, è il ragazzo del cane. Cerca di calmarlo ma è inutile, quel cane era tutta la sua vita. 

Era la prigione più strana che avesse mai visto, le accuse più pesanti ai detenuti erano per aver infranto delle regole assurde. Neanche il tempo di terminare quel pensiero che nel carcere scoppia una rivolta: le celle improvvisamente si aprono tutte insieme dal comando delle elettro-serrature. Philipe non ci pensa un attimo a scappare. Verso l’uscita incontra quel poliziotto, nonostante la statura differente Philipe lo aggredisce con un pugno alla gola. Quello cade a terra esanime e si affanna a respirare mentre Philipe si prende la sua rivincita con calci e pugni. Quella pentola a pressione è scoppiata, detenuti e poliziotti sono allo scontro. Philipe riesce a dileguarsi e a scappare fuori dai confini di quel paese da incubo.

Non ha più nulla, ma è libero e si incammina tra i prati disorientato. Ad un certo punto nota il cartello di un nuovo paese che ha un nome buffo: Liveland. Trova una casa e bussa per chiedere aiuto. Apre la porta un signore che è un sosia spiccicato del poliziotto, ma ha occhi amorevoli e modi gentili. Lo accoglie in casa e lo ristora con vestiti puliti, cibo e un letto comodo. Philipe cade in un sonno liberatorio. Al suo risveglio il signore tanto gentile è in salone con altre persone a guardare la tv, sono tristi perché nel paese vicino, Justice, è successa una tragedia. Il fratello gemello del signore è in fin di vita pestato a morte dai detenuti del carcere. 

Anche lui era finito per sbaglio a Justice tanti anni fa, racconta, ed era stato costretto a fare un lavoro che odiava. Con il tempo, era convinto, sarebbe riuscito a cambiare le assurde leggi di quel paese.  Aveva creato un  comitato segreto che cercava, con il solo potere delle buone relazioni tra le persone, di stravolgere quelle leggi.  

Philipe scoppia in un pianto di vergogna, tutto ciò che credeva fosse giusto ai suoi occhi all’improvviso non lo è più. Decide in quel momento di rimanere a Liveland perché ha capito che solo con l’aiuto del prossimo si può vivere con serenità.

Nicola Campanale

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia.


Image lechenie-narkomanii by Pixabay