Sharon e una bambina felice, ha solo sei anni, vive in Africa vicino al mare.

La sua vita è racchiusa in quel piccolo villaggio che si sostiene con la  pesca e riti sciamani porta fortuna  sotto le stelle. Vivere in una capanna senza acqua ed elettricità non rappresenta un problema, ci si lava al fiume e al calare del buio si accende al massimo un fuoco. La natura scandisce il passare del tempo. 

Una mattina suo padre la sveglia in tutta fretta, con la madre e suo zio partono raccogliendo le poche cose che hanno. Di lì a poco sarebbe arrivato un commando di ribelli per rovesciare il governo della nazione. Avrebbero ucciso tutti senza pietà. Unica via di uscita quel bus che porta in Libia per poi arrivare in Italia con un barcone di fortuna.   

Quel viaggio in “business class” non verrà mai più dimenticato. 

Nel campo di contenimento libico padre e zio vengono picchiati a morte per difendere la madre dagli appetiti sessuali delle guardie del campo. Sul barcone rimangono dodici giorni, confinati a largo delle coste Italiane, perché il governo non vuole farli entrare. 

Dopo qualche mese Sharon e la madre, per l’amorevole gesto di un assistente sociale, riescono ad avere una casa popolare nel quartiere Brancaccio di Palermo. 

Sembrava il Cesar Palace! Da quel momento in poi la vita comincia  a sorridere alle due. Le ferite non si rimargineranno mai più, ma quel posto di lavoro come cameriera e il sostegno dell’assistenza sociale italiana restituiscono una sensazione di benessere e felicità. 

Il tempo scorre e Sharon cresce. Sono passati otto anni, ormai è un’adolescente e inizia a  desiderare  la propria  indipendenza. I continui litigi con la madre sono all’ordine del giorno. Vorrebbe  andare via da casa nonostante ancora i documenti non siano in regola. La madre è preoccupatissima, sa bene che una ragazzina di colore senza documenti in Italia potrebbe finire in strada, in mano a uomini senza cuore. Di lì a poco  un altro colpo arriva nelle loro vite. 

Un virus sconosciuto e indomabile ha recluso tutti gli esseri umani in casa. Non si esce se non per le strette necessità di cibo. La sensazione di sofferenza e morte si riaffaccia con prepotenza. La differenza è che qui non si può scappare da nessuna parte. La soluzione è solo quella di rimanere chiusi in casa sperando che ricercatori e medici sappiano come porre rimedio. 

Sforzi e sacrifici non sono valsi a nulla, questo è il solo pensiero che attanaglia Sharon. Piange in camera tra gli scorci di quei ricordi del mare e delle notti africane. Pensa anche a quando in Italia la gioia ha bussato alla porta di quella casa popolare. Cade in un sonno profondo e subito si ritrova in un parco con tutta la famiglia riunita. Suo padre sta bene e sorride, con suo zio hanno una cesta di pesci enorme da cucinare. Poi si ritrova vicino a una cascata limpida e pura,  da un dirupo altissimo vede cadere quel getto potente di acqua  che genera una nuvola di goccioline incontrandosi col fiume sottostante. Sembra un sogno, pensa tra sé, troppa felicità.

Si risveglia subito dopo con quel fazzoletto ancora bagnato di lacrime. Quella buona sensazione non è andata via. Si dirige spedita in camera della madre abbracciandola come non faceva da un po’ e sorridendo le dice “Mami è buio solo dentro di noi”. La mamma la guarda ma non capisce, quell’abbraccio le basta per capire che Sharon non andrà più via da lei.    

Nicola Campanale

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