Le gocce di pioggia sul vetro fanno un rumore strano, mi rammentano la serata del mio diciottesimo compleanno. Pioveva a dirotto. Seguivamo la movida. Ti conoscevo da poco e non mi ero mai soffermato a osservare quanto eri bella. Le luci soffuse dei locali, i tuoi capelli bagnati e il mascara sciolto dalla pioggia, regalavano al tuo volto sembianze da incanto. O ero io che semplicemente pendevo dalle tue labbra e dai tuoi capricci. “Questa sera voglio essere più felice!” E mi trascinavi con te. L’ennesima serata tra Spritz e musica assordante. Un modo come un altro per sentirsi vivi e diversi.

Il cieco desiderio per te mi ha fatto salire sulla tua auto di ragazza viziata e sorvolare su quanto fossi sbronza. Le tue risate al volante. Il rumore strano della pioggia. Poi l’oscurità più nera.

“Si è svegliato! Ha aperto gli occhi”. Una voce inconsueta e ovattata mi raggiunge. Metto a fuoco singolari figure bardate con tute e maschere protettive.

“Deve essere scoppiata una guerra nucleare…sono ancora vivo”. È il primo pensiero che si fa largo nella mia menteLa figura bardata controlla qualcosa sul mio braccio. Leggo chiaramente a grandi lettere sulla sua tuta: ARIANNA. Intravedo i suoi occhi azzurri oltre la protezione che si fissano sui miei. “Hai avuto un incidente, sei rimasto in coma cinque settimane. Sono un dottore, ti trovi in ospedale, mi capisci? Riesci a parlare?”  

Il ricordo affiora con l’immagine degli occhi imbrattati di mascara e il rumore della pioggia. Sento una voce insolita, la mia: “Dov’è lei?”. Arianna mi guarda: “Tranquillo, adesso riposati”.

Mi manca l’aria. Non respiro. Forse l’incidente mi ha danneggiato i polmoni. “È finita” penso.

Mi hanno intubato, non posso parlare. Sono solo con i miei pensieri, afferrato ad Arianna, angelo sconosciuto nella sua perenne bardatura, che mi assiste giorno e notte. Mi ha spiegato del virus che ha bloccato il mondo e si è insediato nei miei polmoni.

Oggi sono stato trasferito in un altro reparto, sto meglio.

Mi hanno dato un pc portatile, posso parlare e vedere i miei genitori. Ho chiesto immediatamente di te, che guidavi al mio fianco durante l’incidente, che strano, non ricordo il tuo nome. Adesso so che l’ultimo sguardo, quegli occhi dal mascara sciolto lo hanno posato sulla pioggia che scendeva rumorosa quella notte. Apro facebook. Un post in bacheca annuncia:

“Il mondo dei sogni che cercavamo, dove tutti sono felici, non è da nessuna parte in particolare. È dentro di noi.”

Sono finalmente a casa. Nuovi pensieri occupano la mia mente, pensieri che riguardano i legami, la connessione e la preoccupazione per gli altri. Sto studiando per entrare nella facoltà di medicina. Non è facile, ma so che posso farcela. Son tornato in ospedale per conoscere Arianna e ringraziarla. Lei non c’è più. Adesso è un numero tra gli oltre centossessanta medici che hanno sacrificato la loro vita per gli altri.

Sandra Melle

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