Ho 66 anni due figlie e tre nipotini. Apprezzo la tranquillità di questo momento che mi permette di riscoprire passioni abbandonate come l’acquerello e la scrittura. Ho due familiari da accudire, una sorella di 87 anni ed un disabile di 71 che vivono soli. Sono serena e mi sento utile come una piccola foglia del grande albero che è la vita. Ho anche un’altra sorella anziana che vive sola, è vedova da un anno e sta bene. Lei non ama essere disturbata. Uscendo col cane vedo le sue finestre, se sono aperte so che tutto va bene. 

Oggi alle 13 le tapparelle sono ancora abbassate. Telefono e non risponde. Vado a suonare al campanello, non risponde e nessuno ha le sue chiavi di casa. 
Il cuore accelera i battiti mentre avverto la figlia che abita in una provincia vicina. Sarà lei ad attivare i pompieri e l’ambulanza, ma toccherà a me accoglierli.

I vigili del fuoco indossano le tute anticontagio, scavalcano il cancello, sfondano la porta per far entrare il medico e l’infermiera. 
La trovano seduta vicino al letto. In apparenza non ha nulla, solo dalla notte non è più riuscita a tornare a letto. 
Io non entro, il contagio mi spaventa. Aspetto fuori.
Ogni sorta di pensiero affolla la mia mente. Gli ospedali sono stracolmi e pochi escono guariti alla sua età. Se la lasciano a casa chi l’accudirà? Toccherà a me? Non ce la posso fare.
Mi sento in colpa per questi pensieri, perché non sono entrata, perché non me la sento di accudirla e perché spero che la portino in ospedale.

In piedi in mezzo al giardino che comincia a fiorire, cerco di portare l’attenzione ai colori. Ma i pensieri continuano ad offuscare la mia mente. Più volte i medici escono a parlarmi, passo a loro il mio cellulare perché parlino con la figlia. Non voglio essere io a decidere e nemmeno loro sanno cosa fare.
In preda alla disperazione, non so a chi rivolgermi.

Un colombo sul ramo e un merlo nel prato, ignari di tutto, continuano la loro vita. Inconsapevoli i fiori continuano a far vedere la loro bellezza. 
Un raggio di sole entra nella mia mente. 

Come loro voglio essere serena, non voglio affannarmi per il domani che avrà già le sue inquietudini. Capisco che non sarò io a scegliere.

I medici escono, hanno deciso di lasciarla a casa, sua figlia arriverà a breve.
Lasciando la porta e il cancello socchiusi torno a casa. 
Non posso certamente sentirmi felice, avrei voluto dimostrarmi coraggiosa. Non ho fatto tutto quello che avrei voluto, ma solo quello che ho potuto. 

Il mattino mi trova con un nuovo pensiero, quel cellulare passato tra le mani del vigile del fuoco, dell’infermiera e del medico è lo stesso che ho continuato ad usare una volta tornata a casa. Potrebbe essere infetto. Ormai è tardi per sterilizzarlo e disinfettare tutte le cose che ho toccato dopo. Cerco di non essere in ansia. La mia preoccupazione non aggiungerà un’ora sola alla durata della mia vita, né a quella di mia sorella.

Rosaria Bosio

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