Monica è una bella donna, bionda, occhi azzurri e un fisico da sportiva che cura in maniera quasi maniacale. 
Ha 40 anni e vive da sola. Nonostante un lavoro sicuro e ben pagato è sempre insoddisfatta.
La maggior parte del tempo libero lo dedica ai suoi interessi. Studia tecniche di massaggio orientali, in particolare Shiatsu che è la sua passione. Vorrebbe farne una professione e per questo ha chiesto un part time al lavoro. Ha iniziato da poco e ha già i suoi primi clienti.
Il suo sogno viene improvvisamente infranto da una comunicazione del suo datore di lavoro. Per motivi organizzativi le sue mansioni sono cambiate e dovrà prendere servizio in un altro ufficio a 40 km di distanza dalla sua abitazione. È sempre stata insofferente ai luoghi affollati e il treno che prende ogni giorno la costringe a dividere i suoi spazi con gli altri. Ora deve stare anche molto attenta a mantenere il più possibile le distanze.
Il pomeriggio quando rientra a casa è esausta. Inizia a perdere interesse per quella che credeva essere la sua nuova strada lavorativa e vi dedica sempre meno tempo. Non cura più neanche i pochi clienti che si era procurata. 
Ogni mattina percorre lo stesso tragitto con la testa avvolta in mille pensieri, abbattuta e disillusa da ciò che le sta accadendo e di cui si sente vittima.
Il nuovo ambiente di lavoro non le piace, le sembra di cogliere nei colleghi distacco e diffidenza, così si isola da quel gruppo che sente ostile.
La notizia di un lavoratore positivo al coronavirus mette in quarantena Monica e i suoi colleghi.
Ora tutti saranno inevitabilmente distanziati e lavoreranno in Smart working da casa.
Quella casa ora diventa una prigione da cui non può uscire.
“Addio massaggi Shiatsu” si dice e piano piano cresce dentro di lei un profondo senso di incompletezza e inutilità.
Si ritrova a desiderare un qualche contatto umano, anche solo uno sguardo o un sorriso scambiato con qualsiasi passeggero sul treno da pendolare.  

Dopo qualche giorno le viene comunicato, attraverso una raccomandata dell’azienda per cui lavora, che verrà indetto un nuovo bando di selezione a causa di un pensionamento anticipato del Capo Ufficio.
C’è poco tempo e un sacco di roba da studiare. A parte i primi tentennamenti, in uno stato di quasi rassegnazione, Monica decide di partecipare.
Non è il primo bando a cui aderisce, ha fatto altri tentativi in passato, ma l’emotività e la poca preparazione l’hanno sempre fregata.
Le sembra ora di dover scalare una montagna insormontabile e, man mano che passano i giorni, è tentata a rinunciare. Queste cose non fanno per lei, non le piace la competizione, se ne è sempre tenuta fuori.
La settimana prima dell’esame viene messa con le spalle al muro. Una convocazione l’avvisa che lei è l’unica partecipante al bando. Ora non può più tirarsi indietro.
L’ansia dentro di lei si placa nonostante l’imminente esame, si sente scelta e chiamata ad una prova contro le sue stesse paure.
Quello che prima le appariva solo come una accozzaglia di eventi sfortunati ora svela il suo messaggio.
Comprende ora che il suo essere schiva e distaccata dagli eventi che le accadono nasconde la sua paura di assumersi responsabilità e di mostrarsi agli altri.
Tutto ciò che la circonda le sta chiedendo di dire sì, di impegnarsi con tutta se stessa e di buttarsi nella mischia accettando la sfida.

La competizione che sentiva prima ora lascia spazio al desiderio di condividere per dare il suo contributo unico e irripetibile. Il resto lo farà la vita.

Barbara Rangoni

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