Tutti sono disperati per questa pandemia, ma per me questa quarantena è stata anche troppo breve. Due mesi a casa, lavoro in smart working, una manna dal cielo: aria pulita, niente auto e pochi rumori.
Ora inizia la fase 2, poi 3 e dovrebbe finire questo paradiso? Dovremmo ritornare a socializzare?
Io non voglio socializzare, sto bene a distanza. State a un metro, anzi due metri di distanza da me.
Mi sento bene così, a distanza: libri, qualche social e serie tv. Non amo i contatti stretti, sto bene nelle mie quattro mura. Non sono mai stato molto socievole, forse vorrei ma non ce la faccio.
Sono timido? Giocavo molto con mia madre da piccolo, ma senza un perché un giorno lei andò via con un altro uomo e io sperimentai la solitudine più nera.  
Adesso prendo un bel libro e mi metto sul balcone, la spesa è fatta. Per almeno tre giorni sono tranquillo e beato. Mi godo un raggio di sole sulla mia sdraio, ad occhi chiusi.

Chissà da dove arriva questo buon odorino di dolce. Suonano alla porta, chi sarà? Amici non ne ho. Parenti sono lontani. Mi alzo riluttante e mi avvicino allo spioncino. È la ragazza del piano di sopra con in mano un piattino coperto. Metto la mascherina, anche lei ha la mascherina, le apro.
Mi dice che ha fatto una torta al cioccolato e me ne ha portato un po’.
Faccio un passo indietro dalla sorpresa, poi un passo avanti ma non troppo per non diminuire la distanza e allungo tantissimo il braccio chiedendomi quanto sarà lungo un braccio, 80 cm? 90?
Alla fine prendo il piatto e la saluto con un grazie frettoloso, ma non abbastanza da non scorgere il colore azzurro dei suoi occhi. Ho uno strano calore e agitazione nello stomaco e non solo lì.

Per un po’ rimango con quel piatto in mano, la torta è ancora calda ed emana un profumo di cioccolato e zucchero che arriva al naso nonostante la mascherina.
Torta al cioccolato, non posso mangiarla, chissà come l’ha fatta, si sarà lavata le mani? Avrà starnutito o magari tossito mentre la faceva? L’odore, senza mascherina, è ancora più intenso, mi entra dentro!

Un ricordo arriva come una saetta: ero piccolo e tornavo da scuola con una fame tremenda. C’era odore di torta al cioccolato per tutta la casa e mia madre mi sorrideva.  Il mio dito si avvicinava, affondava nella torta e ne prendeva un pezzetto che annusavo e poi, contro la mia volontà, lo portavo alla bocca.
Oddio l’avevo mangiato.

Una piccola lacrima mi corre giù dalla guancia, perché piango? Prendo in mano il dolce morbido e tiepido, lo addento con desiderio e gratitudine. Un morso dietro l’altro, lo mangio tutto e mi sento meglio. Di nuovo mi arriva l’azzurro di quegli occhi. Mi siedo sulla sdraio e mi arrendo, mi godo il tramonto. Ho deciso: vado a ringraziarla.

Forse questa mia vita così isolata è solo paura di vivere una vita diversa.

Laura Deidda

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