Mi affaccio alla finestra e mi incanto a guardare il cielo stellato. L’aria è tersa e profumata. Si vedono molte costellazioni. 
Un luccichio nel buio attira la mia attenzione. Sarà una lucciola? Sono anni che non ne vedevo più. Poi il luccichio si ripresenta. La sua intermittenza non lascia più spazio al dubbio: è davvero una lucciola. Sono tornate. 
Speriamo che torni presto anche la possibilità di andare al lavoro, penso. Finché Mattia non potrà andare a scuola io sarò costretta a fare questo cavolo di smart working. Non ne posso più: fra casa, lavoro e didattica a distanza mi sembra di impazzire.

Vado a letto con la speranza che presto i medici trovino un vaccino per questo stramaledetto virus.

Poco dopo la mezzanotte vengo svegliata da uno strano rumore. 
In fondo al letto scorgo un’ombra. Sembra una persona, ma ha le ali e si illumina come una lucciola. Mi fa capire che devo seguirla.
Voliamo fuori. L’aria è irrespirabile, densa e maleodorante.
L’uomo-lucciola si tuffa in acqua. Intorno a noi un branco di sacchetti di plastica. Nessun animale popola le acque.
Una busta trasportata dalla corrente mi si appiccica sul viso. Comincio a soffocare. 
Mi sveglio annaspando in cerca di aria. Sono le due. 
Provo a riaddormentarmi, qualcuno entra in camera. Sembra Scilla perché ha sei teste. Mi porta in un’aula scolastica. I banchi sono circondati da plexiglass e i bambini hanno tutti la mascherina e uno sguardo spento. La maestra-Scilla si mette a spiegare contemporaneamente le tabelline, le doppie, il ciclo dell’acqua, le regioni, le sette note e come viveva l’uomo primitivo. Mio figlio Mattia interrompe dicendo che gli manca l’aria e chiede se può levare la mascherina. Non si può. Sono le regole. Mattia cade a terra svenuto. Corro verso di lui.
Mi sveglio di nuovo con una forte tachicardia.
Sono le quattro. A questo punto decido che è meglio non riaddormentarsi, ma mi riappisolo.
Sento qualcosa di freddo sulla fronte. E’ uno scanner che un’infermiera dal corpo da siringa ha utilizzato per misurarmi la febbre. Sul display appare 38.5 scritto in rosso.
Mi dice che devo andare in un albergo-quarantena. Io rispondo che devo avvisare il mio bambino. “Andrà in una casa famiglia, stia tranquilla”. Tranquilla? Comincio a chiamare disperatamente mio marito ma non arriva. L’infermiera-siringa mi porta alla finestra e si lancia nel vuoto. Urlo. Mi ritrovo in un laboratorio. Una voce metallica mi dice: “Presto potrà fare il vaccino e tornare a casa”.
Nel petto il cuore mi scoppia. Non posso tollerare il pensiero del mio bambino solo e terrorizzato.  Il cuore mi si ferma.
Mi risveglio nel mio letto, mio marito è lì accanto. Corro in camera di Mattia. Guardandolo ripenso al sogno sulla scuola. A casa ho visto un bambino diverso da quello che prendeva insufficienze e rapporti. La didattica a distanza potrebbe non essere la soluzione, ma mi ha mostrato un lato di mio figlio che non conoscevo. Così come non immaginavo con quale velocità la natura potesse riprendersi dall’egemonia umana.

Improvvisamente sento che la mia percezione del virus è cambiata e ringrazio l’uomo-lucciola, la maestra-Scilla e l’infermiera-siringa che mi hanno mostrato diversi punti di vista su ciò che ci sta succedendo. Ora mi è chiaro che un vaccino non basterà a risolvere tutti i problemi che il virus ha messo in evidenza.

Decido di rimboccarmi le maniche. Scorro la rubrica telefonica. Lo sguardo si ferma sul contatto di una ragazza che coltiva la terra e che ha creato un progetto di orti sociali: Ortobimbo. Sarebbe perfetto per Mattia. Anche per me. Il contatto con la terra ci porterà a scoprire nuove strade. Ne sono sicura.

Simona Giannecchini

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