Tutto nella nostra mente: l’epidemia, la crisi, le manifestazioni di protesta. La nostra è una realtà virtuale. Ciò che percepiamo con gli occhi, l’olfatto, l’udito, il tatto, ovvero con tutti i nostri sensi, ci grida che la società diventa sempre più monopolizzata, rabbiosa, ingiuriosa, offensiva, provocatoria. È la copia esatta di ciò che accade dentro di noi.

“L’uomo è un piccolo mondo, il mondo è un grande uomo”, secondo il pensiero di un grande saggio. Ciò che scorgiamo fuori di noi in realtà è ciò che vediamo dentro di noi. D’altro canto se la visione rimanesse dentro di noi, non saremmo in grado di identificarla. Chi riesce a individuare le proprie caratteristiche, a esternare le contraddizioni e gli ostacoli per descrivere sé stesso e ciò che gli frulla per la testa e nel cuore? Questo è il nostro mondo interiore: confusione e manifestazioni di protesta. Chi si scaraventa sugli altri, chi picchia, chi odia, chi urla e così via. La televisione a circuito chiuso trasmette unicamente per la ricerca di una diagnosi e di una terapia.

Il mondo interiore che si riflette esternamente ai nostri occhi sembra realistico e convincente, altrimenti non saremmo in grado di relazionarci con esso seriamente, non saremmo stupiti o spaventati e non cercheremmo una soluzione per uscire da questo stato che sembra così vero. Ma quando si inizia ad assimilare il concetto che tutto è dentro di noi cominciamo anche a scoprire da chi è formata la grande folla che vediamo fuori. Ci appartiene o no? È divisa o è collegata in un sistema?

Quanto più aumenta la sensazione di connessione, tanto più cresce la percezione che ci permette di realizzare con gradualità e incredulità che l’umanità intera è in realtà la nostra anima. Comprende tutti nessuno escluso: i circoli estremisti di neonazisti, fascisti, comunisti, socialisti, capitalisti, ricchi e poveri sono tutti all’interno del singolo, una straordinaria dimostrazione di cosa succede interiormente.

Tutti, ma proprio tutti, dal peggiore al migliore, sono parti di me, creati per me. E allora perché non li sento miei? Da qui nasce la richiesta di cambiare.

Attraverso lo studio del metodo della connessione, piano piano, con l’aspirazione di giungere al concetto di “ama il tuo prossimo come te stesso”, ognuno interiorizza tutto ciò che si trova fuori al punto da sentire che non solo tutti gli appartengono ma che gli appartengono ancora più di quanto lui appartenga a sé stesso. Come una mamma che sente che i figli occupano tutto il suo mondo.